L'eliminazione delle preferenze non è un liberticidio

di Maurizio Grassini

“Rivogliamo le preferenze!” Questa è un’invocazione tollerabile al Bar dello Sport accanto ai commenti  per il ginocchio di Mutu e alla glorificazione del piede destro di Gilardino. Poi quando il ritorno delle preferenze viene - seppur con cautela – argomentato, le cose si complicano. Infatti, tra le ragioni addotte in loro favore spicca l’intento di ripristinare 'il fondamento della rappresentatività'. Quando sono in gioco i fondamenti, siamo tutti emotivamente coinvolti. In questo caso, però, la rappresentatività è intesa come possibilità per ogni elettore di poter scegliere la persona a cui delegare la propria rappresentanza. Il fondamento così inteso caratterizza i regimi assembleari dove, per usare un linguaggio dotto, l’elettorato attivo coincide con quello passivo. Cioè, quando gli elettori coincidono con l’insieme degli eleggibili. A questo punto è necessario portare un esempio. L’elezione del presidente del consiglio regionale ha nei consiglieri regionali sia l’elettorato attivo che passivo. Infatti, ogni consigliere regionale è, allo stesso tempo, elettore e candidato. E’ questa la situazione che possiamo assumere per l'elezione dei rappresentati nei due rami del Parlamento? Cioè dove tutti gli elettori (decine di milioni) sono tutti candidati? La risposta è schiettamente negativa.

Molti, presentandosi come 'ceto medio riflessivo' - su su -  fino al livello di 'docenti universitari' e magari 'politologi', pensano di potere aggirare l’ostacolo ricorrendo a una pre-selezione dei candidati attraverso la formazione di liste. E’ un'esperienza che molti elettori conoscono. Ma chi predispone le liste? Questa è una domanda a cui i sostenitori delle preferenze evitano di dare una risposta perché imbarazzante. Infatti, chi per motivi anagrafici ha visto tanto nella prima quanto nella seconda Repubblica come queste liste vengono compilate, non potrà certo invocare tale soluzione. Perché non c’entra la Repubblica - prima o seconda - ma quale sede o autorità può e deve provvedere alla selezione dei candidati da proporre agli elettori. Ignorando i problemi legati alla formazione delle liste, ogni critico dell’attuale sistema elettorale, presentandosi paladino della democrazia e mostrandosi sensibile alle esigenze di una rappresentanza che colleghi l’elettore all’eletto, può con grande disinvoltura proporre la reintroduzione delle preferenze per cancellare il "vulnus" prodotto dal sistema elettorale attuale definito a suo tempo come una ‘porcata’.

In verità, quello delle preferenze non è stato totalmente abolito nei nostri sistemi elettorali. Esso è ancora in vigore nelle elezioni dei consigli comunali. Ebbene, cosa garantisce? Alle ultime elezioni amministrative, io ho votato per il Partito della libertà e ho dato la preferenza a Bianca Maria Giocoli nella lista PdL al Comune di Firenze. La candidata, una volta eletta, ha deciso di lasciare il partito che l'aveva messa nella lista (un ristretto gruppo di 60 candidati) per approdare poi in un altro che non esisteva al tempo delle elezioni. Si può sapere dai sostenitori delle preferenze cosa oggi rappresenti questa consigliera del Comune di Firenze? Esprime la volontà popolare? Raffigura  'il bene del popolo che l’ha eletta', come dice Franco Cardini (La Repubblica, 18 nov.), o semplicemente altro non è che il simbolo dell’ansia che attanaglia quanti si agitano nella palude della politica?

Le preferenze sono auspicate solo da coloro che possono avvalersi di organizzazioni in grado di svolgere la funzione di comitati elettorali e, quindi, capaci di orientare le preferenze in particolari segmenti della nostra società. Tutto ciò non ha nulla a che fare con la rappresentatività, né con la democrazia. L'eliminazione delle preferenze non è un liberticidio, come dichiarato da alcuni commentatori afflitti da opportunismo, senza senso del ridicolo e contando sulla memoria corta. Molti di costoro sostennero il referendum promosso da Mario Segni per l’abolizione delle preferenze ed oggi li ritroviamo a sostenere il contrario ritenendo tale posizione più confacente al raggiungimento dei propri obiettivi professionali.

p