Siamo sicuri che questa legge sul testamento biologico sia buona?

di Leonardo Tirabassi

Capisco l’interesse che la faccenda del testamento biologico suscita. Credo però che sia un’attenzione tutta politica e ideologica, anch’essa simbolo dello stato dei rapporti – della guerra- tra poteri dello stato, scattata questa volta a causa dell’entrata a gamba tesa da parte della magistratura con la sentenza “Englaro”. Ma è uno di quei casi di battaglie in cui piccole e agguerrite avanguardie di opinione fortemente motivate, i fautori delle “decisioni anticipate”, riescono a conquistare il palcoscenico della comunicazione grazie ad un’attenzione mediatica a causa della forza dello scandalo. Scandalo che ha portato parte della magistratura a rompere il tabù, a decidere della vita e della morte di una persona senza rendersi conto della corsa a rotta di collo verso il rafforzamento della prigione in cui rinchiudere i cittadini, dell’aumento dell’invadenza dello stato nelle sfere più intime della persona, senza rendersi conto che si stava per violare una zona dove deve vigere il silenzio, il sussurro, la pietà. Capisco che nel momento, davanti all'invadenza della magistratura, che è andata a inventarsi una presunta precedente volontà della paziente, davanti alla scelta tutta politica del padre di Eluana Englaro dettata dalla decisione, per me incomprensibile, di dare pubblicità e, quindi cercare lo scandalo, alla morte della figlia, si sia scelta la strada del Parlamento secondo il principio, "meglio la volontà dei rappresentanti dei cittadini, che quella dei magistrati". Ma penso che la soluzione sia pericolosa e in parte contradditoria, “testamento biologico sì ma fino ad un certo punto”.

Sono stato direttore della sezione fiorentina della Lega per la Lotta contro i Tumori, consulente per anni di un’associazione impegnata nelle cure di fine vita e responsabile delle relazione esterne del benemerito CSPO - Centro regionale di prevenzione oncolologica - e, purtroppo, la mia famiglia come molte famiglie nel nostro paese, è stata duramente compita da questa malattia. Ebbene la mia esperienza, la letteratura scientifica, le storie di vita, mi fanno dire che, per quello che ho capito, la paura della morte è la paura di morire in solitudine e soffrendo! E allora il primo compito della collettività è di intervenire nel fine vita, come ha fatto giustamente il governo rendendo le cure palliative un diritto dei cittadini, combattendo l’assurda riserva all’impiego di oppiacei, sostenendo economicamente le famiglie in difficoltà. Non è certo quello rompere la sacralità di una barriera.

Ora però per riparare al disastro compiuto dai giudici, si chiede che il parlamento legiferi sul fine vita; l’argomento addotto dai sostenitori è forte. Se la legge deve entrare in questo ambito, che siano allora gli eletti a decidere al posto di organi irresponsabili, meglio i responsabili davanti ai cittadini che un magistrato qualsiasi. Ma così facendo si passerebbe dall’errore di stato al disastro di stato!

Ogni persona è, prima di tutto, un essere sociale: la sua vita appartiene a sé ma anche alla famiglia, agli amici, alle comunità in cui vive, anche allo stato quando chiede di prender le armi per difendere la collettività e ogni individuo porta questi mondi, perché l’io è da subito relazione. La vita di ognuno e la malattia scorrono tra la vita e la morte, in un flusso di fatti, eventi e decisioni, tra normalità e crisi, consapevolezza e fingimenti, pieno di contraddizioni, incoerenze. Non si vive in un vuoto di significati! Esiste una tradizione, un buon senso a cui rifarsi sempre. Chiunque persona ragionevole sia passata per tragedie simili, arriva a sapere cosa deve fare. ‘Rispetto della vita’ e ‘rispetto delle volontà della persona’ non sono principi in contraddizione. E’solo un esercizio teorico della filosofia analitica discernere i casi uno ad uno, incrociando tutte le variabili, speculazione che poco ha a che fare con la realtà. le decisioni non si prendono a tavolino, a freddo, ma ‘arrivano’, suggerite dalla stessa situazione che cambia nel corso del tempo, a volte in modo repentino. 

Quello che vogliono i partigiani del testamento biologico è proprio l’eliminazione della decisione, della responsabilità - e per chi crede del peccato anche della colpa - ritenuta il male minore. La decisione su dove sia il limite, sulla valutazione dell’inutilità del dolore rispetto ad una vita degna di essere vissuta, su dove sia insomma la soglia della vita, non può essere stabilito per legge. Se esiste una zona dove né la scienza né lo stato hanno diritto di dire qualcosa, è il passaggio tra la vita e la morte. Se una legge ha da essere, mi sembra che ribadire principi generali - rispetto della vita, no alla eutanasia, no al dolore inutile e quindi no all’accanimento terapeutico – sarebbe molto meglio che un elenco di tecniche ammesse o proibite. E’ poco credibile l'idea che ci sia una legge che stabilisce cosa sia e cosa non sia "accanimento terapeutico" e quali strumenti possano essere usati e quali no, perché nel tempo cambia la tecnica, cambiano le condizioni oggettive e soggettive, cambia la mentalità. Il risultato dovrebbe essere una legge che dovrebbe essere rivista ogni poco, con il rischio di affidare decisioni di tale gravità a volontà politiche del momento. Scegliendo una via giuridica così precisa, si rompe il tabù del rapporto legge positiva-vita: d'ora in poi la definizione di cosa sia una vita dignitosa, la "vita buona", è in mano a maggioranze parlamentari!

L'idea di "testamento biologico" appartiene ad una cultura strampalata – post moderna?- che unisce e centrifuga individualismo e idolatria giuridico positivistica. E la contraddizione è evidente: tanto più l’individuo si crede libero da vincoli sociali, tanto più si getta in mano a decisori esterni e impersonali in una ricerca senza senso di annullare per legge la responsabilità individuale.

p