Sulle tracce del mito: Garibaldi alla corte del Palio

di Andrea Angeli

Per gli italiani, le celebrazioni dei centocinquanta anni dall'unità d'Italia saranno l'occasione per fare un tuffo nella storia, alla riscoperta delle eroiche gesta dei patrioti che hanno donato persino la vita per la causa dell’unificazione. Un viaggio nel tempo che, accanto a figure quali Cavour, Mazzini, Mameli, Vittorio Emanuele II vedrà protagonista assoluto Giuseppe Garibaldi “l’eroe dei due mondi”, colui che più di ogni altro ha impresso il proprio nome nella nascita dello stato unitario. Celebre il suo motto “Qui si fa l'Italia o si muore”.

Un paladino della democrazia e dell’emancipazione dei popoli che ovunque è stato, in Italia e nel mondo, ha lasciato un segno indelebile della sua presenza nell’immaginario collettivo. A testimoniarlo sono le migliaia di busti, targhe e lapidi che si trovano praticamente in ogni piazza italiana e che spesso spingono a chiedersi se esista un luogo dove Garibaldi non sia passato.

Anche a Siena il Generale, come veniva chiamato dai sui contemporanei, ha lasciato ampie tracce della sua presenza giungendovi nell'agosto 1867, mentre progettava un nuovo assalto allo Stato Pontificio con l’obiettivo di annettere Roma al resto dell’Italia. Si trattò di un vero e proprio evento per la città che, malgrado l'atteggiamento freddo e distaccato delle istituzioni, accolse trionfalmente Garibaldi con i rintocchi della campana maggiore.

Del resto, era stata proprio una delegazione congiunta della Società Operaia e della Fratellanza Militare senese a sollecitare, nel corso del suo soggiorno ad Empoli, il Generale a visitare la città del Palio. Un invito che venne accettato con gratitudine da parte di Garibaldi, malgrado nei giorni precedenti il suo arrivo fosse scoppiata a Siena una polemica tra i suoi sostenitori e il Prefetto, che non volle concedere il Palazzo Granducale situato in Piazza Duomo per farvi soggiornare l'illustre ospite. L'imbarazzo delle istituzioni era dovuto ai sospetti che Garibaldi stesse pianificando, come infatti era, una nuova azione militare per conquistare Roma. Chiaramente questo tipo di ipotesi non poteva essere palesemente accettata dal neonato Regno d'Italia, che si era impegnato sul piano internazionale, ed in particolar modo con la Francia, a rinunciare ad ogni velleità sulla città eterna e per questo aveva anche spostato la sua capitale a Firenze.

Appena giunto in città Garibaldi, come sua abitudine, volle subito tenere un comizio per ringraziare il corteo che era giunto ad accoglierlo. Da una finestra dell'albergo dove alloggiava, in centro, pronunciò un breve discorso patriottico e arringò la folla con una celebre esclamazione, che ancora oggi risulta scolpita su alcune lapidi: “O Roma viene all'Italia, o l'Italia va a Roma”.

Nel corso dei vari banchetti organizzati in suo onore Garibaldi volle anche esternare ai commensali quelle che erano le proprie intenzioni. Disse: “alla rinfrescata ci muoveremo”, alludendo all'intenzione di una spedizione militare verso Roma all'inizio dell'autunno.

Tra le varie visite in città, ci furono anche incontri con vecchi amici, tra cui il colonnello garibaldino Giuseppe Baldini, soprannominato Ciaramella, che aveva partecipato alla spedizione dei Mille. Anche il Sindaco di Siena, da parte sua, volle porgere un personale saluto al grande patriota accompagnandolo, dopo la visita al Palazzo Pubblico, nella visita al Duomo.

Nel corso del soggiorno senese Garibaldi ebbe modo di assistere anche al Palio, che proprio in suo onore venne anticipato di un giorno, dal 16 al 15 di agosto. Durante il corteo storico, che precede la manifestazione, le cronache dell'epoca raccontano che vennero particolarmente applaudite le insegne della contrada della Torre dipinte in rosso, colore che ha caratterizzato indelebilmente le imprese garibaldine. La corsa venne vinta, invece, dalla contrada della Lupa, una circostanza questa che il Generale colse come segno augurale per la sua spedizione a Roma. Rivolgendo una personale dedica al fantino vincitore Garibaldi scrisse: “lupa vittoriosa, augurio della vittoria di Roma”.

La storia racconta che il Generale non riuscì poi a compiere la propria impresa, ma sicuramente questo non scalfì minimamente l'affetto e l'ammirazione che i senesi nutrivano e nutrono tutt'oggi nei confronti di un personaggio che ha profondamente caratterizzato la nostra storia nazionale. Qualche anno dopo, alla morte di Garibaldi, i senesi vollero anche dedicargli una imponente statua in bronzo, che ancora oggi troneggia nei giardini pubblici della città.

 

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